L’Europa sotto assedio e la strategia di Tertulliano

Esiste una violenza del martirio, che Tertulliano ha insegnato all’Occidente. Una violenza ben più raffinata di qualsiasi colpo di fucile o spada. Esclusa dalla logica dell’attentato fulmineo, tale violenza s’inserisce piuttosto nell’orizzonte di una strategia permanente. È la violenza della libertà che non incontra limiti, che ha permesso ai primi cristiani mandati al macello di dire: «muoio libero, testimone (martire) di una libertà invisibile, più forte di qualsiasi catena». A distanza di secoli, oggi l’Europa si sveglia e riconosce i propri martiri, riconoscendosi allo stesso tempo come irrimediabilmente vincolata alle sue radici. Attaccata, essa riscopre l’ineffabile violenza di un fondamentalismo laico non troppo dissimile da un ”universalismo cristiano” refrattario alle identità, esperto nelle contaminazioni, abile giardiniere specializzato negli innesti, che può dire di essersi fatto greco, giudeo, arabo, russo, ecc. ecc. ecc., per salvare il maggior numero. Libertà imprigionante, ossimoro metafisico, che pretende di vincolare ogni resistenza, ogni limite, entro il suo incondizionato, infinito peregrinare nell’assenza di limite. Integralismo per eccellenza, quello che professandosi fondamentalmente non religioso, pretende la cessazione di ogni religione. Fittizia, tirannica libertà che assolda al proprio esercito chiunque sia disposto ingenuamente a credere in una libertà leggera, privata del peso della responsabilità e della misericordia. Una libertà non liberale, perché sottratta al confronto con l’integralità della natura umana e, soprattutto, divina. Natura, quest’ultima, essenzialmente misericordiosa: vittima, che di fronte agli occhi infervorati del carnefice può dire «Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno». Natura divina appunto, non umana, come quella che oggi in Europa si scopre intrisa di risentimento per il nemico, e ciononostante continua a porre la questione sotto la forma di un conflitto tra laico e religioso, tra Occidente ed Oriente, tra Cristianesimo ed Islam. Il reale non è sempre razionale, e il vero non sta nell’intero. Unificare il mondo non significa salvarlo nella sua integralità complessa, ma sancire la vittoria definitiva dei più furbi, degli esperti di risiko metafisico: i filosofi, quelli cristiani e occidentali, ormai divenuti la totalità delle interfacce virtuali che esprimono le proprie opinioni credendo di esprimere al contempo la propria, inviolabile libertà.


Pamphlet contro gli intellettuali

Su Il Manifesto di oggi un appello firmato dal fior fiore degli intellettuali europei  dichiara il proprio sostegno alla lista Tsipras, in occasione dell’imminente agone per le elezioni europee: «Cento anni dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale e settanta anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa è a un bivio. Se le politiche neo-liberiste e autoritarie attuali non saranno invertite, un disastro attende l’Europa e il mondo: un ulteriore declino della democrazia, un aumento della povertà e della disuguaglianza, la distruzione dell’ambiente, la crescita inesorabile delle forze di estrema destra e fasciste che attecchiscono nel terreno della disperazione creata dalla disoccupazione e dalle privazioni. L’Unione europea deve riscoprire i principi di pace originari, della democrazia e della giustizia sociale». Così esordisce l’appello. Belle e toccanti parole! Forse persino troppo, data la portata di alcuni intellettuali firmatari dell’appello, del calibro di Judith Butler e Slavoj Zizek. D’altronde i manifesti politici degli intellettuali peccano sempre di una certa superficialità da palingenesi. Quando ci si espone in gruppo i dubbi finiscono col dissiparsi, le paure sono accantonate, e parole come democrazia e giustizia sociale evaporano nell’evanescenza di antichi sogni di una cosa, e i carnefici tornano ad essere le politiche neo-liberiste. L’intellettuale che per mestiere è abituato a lavorare di fino si riscopre così in grado di spaccare il mondo a metà: i buoni e i cattivi, il bene e il male, questa e l’altra Europa. La persuasione del dualismo agisce con la potenza di un sillogismo aristotelico. Ma non si potrebbe nemmeno rimproverare a intellettuali stranieri la loro sconsideratezza nel pretendere che gli italiani capiscano il loro appello. È a questo punto che intervengono gli intellettuali italiani che si uniscono al coro: un’altra Europa! «La composizione di una lista transnazionale per Tsipras sarebbe una cosa meravigliosa, un modo per celebrare di nuovo l’Europa unita». Come se una Europa forte potesse fare tranquillamente a meno di nazioni autonome. Come se bastasse dire che l’Europa dev’essere qualcosa di più di un regime di dittatura monetaria, teologico Leviatano secolarizzato che assoggetta a sé le atomizzate singolarità derubandole delle loro ricchezze. Come se dietro al mostruoso neo-liberismo non ci fosse mai stato in fondo un metodo liberale di cui tutti abbiamo usufruito e abusato. Come se in Italia ci fossero stati soltanto il comunismo e il fascismo, e non Gobetti, Rosselli, Gramsci che quegli stessi intellettuali non esitano a barattare per dedicarsi anima e corpo a favolosi progetti di ricerca su teodicee bio-politiche da insegnare ai propri studenti che conoscono a memoria Foucault   ma ignorano, per dirla con Bobbio, il profilo ideologico del Novecento italiano; che nelle università non studiano Vico, Croce, Gentile bensì Herder, Hegel ed Heidegger. L’Italia  non riesce proprio a sentirsi europea senza provare nello stesso tempo un senso di inferiorità. Ed è così che essa può mettere in quarantena le sue malattie e le sue crisi di coscienza riparandosi sotto la montagna dell’emancipazione europea, che può dire l’altra Europa dimenticandosi di dire prima l’altra Italia. Noi che invece per tenacia o per intransigenza vogliamo essere controcorrente «all’estero chiediamo soltanto che l’esistenza di questa fermezza di lotta sia intesa come garanzia che gli Italiani sanno pensare da sé al loro futuro e alla loro civiltà. Nella nostra lotta lasciate che rifiutiamo ogni alleanza straniera: le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo curarle che noi. Dobbiamo trovare da soli la nostra giustizia. E questa è la nostra dignità di antifascisti: per essere Europei dobbiamo su questo argomento sembrare, quantunque la parola ci disgusti, nazionalisti» (Piero Gobetti, Lettera a Parigi, 18 Ottobre 1925). C’è da chiedersi soltanto se in Italia esista attualmente una fermezza di lotta simile a quella di cui parla Gobetti. Per trovarla saremo disposti a correre il rischio di sbagliarci, perché sappiamo che un nostro errore teorico vale molto meno dello sforzo comune di chi, sia pure con tante ambiguità, questo paese – forse per la prima volta dopo tanto tempo – sta cercando di cambiarlo sul serio.


Mussolini e Gramsci

Quando nel 1926 Benito Mussolini fece arrestare Antonio Gramsci, non ebbe molte remore nel giustificare la sua decisione con parole schiette: «per vent’anni devo impedire a questa mente di funzionare». I due si conoscevano bene. Il primo articolo politico di Gramsci risale al 1914 ed è una risposta ad un articolo del Mussolini socialista: “Dalla neutralità passiva alla neutralità attiva”. Nella sua risposta Gramsci,  attratto dalla figura carismatica del Mussolini rivoluzionario, non è ancora consapevole della assoluta incoerenza intellettuale che diverrà ben presto la caratteristica fondamentale del futuro Duce, che non potendo «essere il capo del proletariato, divenne il dittatore della borghesia». Nel suo primo e ultimo discorso in Parlamento nel 1924 Gramsci ebbe poi l’occasione di scontrarsi direttamente con Mussolini. Piero Gobetti ne aveva preannunciato profeticamente i toni con queste parole: «Antonio Gramsci va alla nuova camera fascista come rappresentante degli operai del Veneto. È davvero la Rivoluzione, sconfitta, che va in Parlamento a predire sciagure ai vincitori. […] Se Gramsci parlerà a Montecitorio, vedremo probabilmente i deputati fascisti raccolti e silenziosi a udire la sua voce sottile ed esile, e nello sforzo di ascoltare parrà loro di provare un’emozione nuova  di pensiero. La dialettica di Gramsci non protesta contro i brogli e le truffe ma ne documenta, dalle pure altezze dell’idea hegeliana, la insopprimibile necessità per un governo borghese. I suoi discorsi saranno condanne metafisiche, le invettive risentiranno dei bagliori di una palingenesi». Ciò che più di tutto Mussolini dovette temere da quell’uomo dal capo enorme e il corpo malaticcio, doveva infatti essere la refrattarietà della sua intelligenza a confrontarsi con l’avversario al di fuori di una coerenza dialettica priva di qualsiasi retorica, insensibile alla propaganda del pane quotidiano a alle accuse complottiste. Di fronte a Gramsci Mussolini doveva ammettere la sua mediocrità di capo rude e invasato di se stesso. Egli non gli perdonò l’intelligenza e così credette di poterla sopprimere rinchiudendo Gramsci nella solitudine di una cella, privandolo della possibilità di vivere concretamente il suo tempo storico. Così facendo Mussolini si liberò del Gramsci politico, ma paradossalmente promosse il consolidamento del Gramsci filosofo. Sarà a partire dal periodo di prigionia infatti, che Gramsci inizierà ad avvertire l’esigenza di scrivere come Goethe für ewig (per l’eterno). Sottratta dal movimento storico degli avvenimenti, impossibilitata ad agire su essi, la sua mente abbandonò il sarcasmo del pamphlétaire per dedicarsi all’indagine scrupolosa della storia e della  cultura italiane. Gramsci non visse la sua prigionia come un martirio. Egli utilizzò ogni espediente legale per crearsi le condizioni che gli avrebbero garantito di poter studiare in tranquillità. Gradualmente gli fu accordata la possibilità di scrivere, di stare in cella da solo, e di ricevere libri (l’amico Piero Sraffa gli regalerà un abbonamento illimitato presso due librerie milanesi). Il valore della resistenza di Antonio Gramsci al fascismo non si misura dalle quantità di restrizioni che pure egli ebbe a subire a causa della repressione fascista, bensì dallo sforzo intellettuale compiuto per ricercare nella storia e nella cultura italiane le origini del fascismo, il suo non essere un fatto contingente, un incidente di percorso. Lungi dall’essere meramente un simbolo dell’antifascismo Gramsci è una riserva di contenuto, di resistenza intellettuale, che l’Italia può pure continuare a rinchiudere nei lineamenti pop di un’icona da appendere in tutti i circoli Arci, oppure nell’esempio di un valore svaporato nell’indeterminatezza storica (tra l’altro sconfitto), ma che essa non riuscirà mai a comprendere fino a quando non si confronterà con essa con l’intelligenza senza la quale l’opera intellettuale e morale gramsciana è tuttalpiù ridotta ad un slogan sempre buono da rievocare in periodi di aridità intellettuale, proprio da quegli indifferenti che credono di essere con Gramsci quando denunciano l’altrui indifferenza.


Note su Gramsci, Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura

Pasolini il più grande intellettuale “italiano” del secondo dopoguerra? Nella sua produzione letteraria realizza l’auspicio di Antonio Gramsci della nascita di una letteratura nazional-popolare, la cui creazione in Italia era stata storicamente frenata dalla tendenza della sua classe intellettuale – anche quando intellettualmente “organica” a classi sociali popolari – ad essere assorbita nel cosmopolitismo cattolico che ha una doppia funzione storica: 1) con la controriforma impedisce ogni accesso del popolo alla cultura (al contrario di ciò che avviene nei paesi protestanti); 2) sradica gli intellettuali italiani dal terreno nazionale ispirando loro un afflato cattolico (laico-universalistico) che si protrae fino al Risorgimento (Mazzini). Nella sua istintiva attrazione verso le classi popolari (sottoproletariato), Pasolini concretizza l’auspicio gramsciano. Negli “ultimi” egli non cerca – come Verga – solo i “vinti”, bensì la storica innocenza di una classe sociale isolata dal potere, la sola ancora in grado di arrecarsi il diritto di opposizione a una cultura cosmopolitamente omogenea (capitalistica), estranea alle obliate radici culturali di un popolo contadino tramandate in un silenzio che il potere non ha saputo ascoltare. Nel popolo – oltre Gramsci, o forse radicalmente con lui – Pasolini cerca «la sua allegria, non la millenaria sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza» (Le ceneri di Gramsci). Il ruolo di Pasolini nella cultura italiana del secondo dopoguerra è simile al ruolo assunto da Dostoevskij nella cultura russa della seconda metà dell’800. Entrambi possono opporre una via “nazionale” all’universalismo cattolico a partire da una prospettiva cristiana eretica (inconsapevolmente luterana nel primo, consapevolmente ortodossa nel secondo). Significativa l’avversione pasoliniana alla DC (Lettere luterane), incarnazione politico-culturale di un cattolicesimo che sfrutta la storica ignoranza popolare per perpetuare il suo antico, mai abbandonato, progetto teocratico.


Democrazia senza eroi. Lo Stato d’eccezione permanente.

Quando l’urgenza di un cambiamento radicale, capace di fare uscire un paese dallo stallo politico e culturale in cui questo si è progressivamente cacciato nel corso della sua storia controversa, diventa lo slogan a cui tutte le parti politiche e sociali si appellano con incondizionata fiducia e messianico ardore, diviene manifesto che ci si trova nel bel mezzo di un momento storico in cui l’istanza rivoluzionaria ha ormai nettamente preso il sopravvento su quella reazionaria. Ma affinché la domanda di cambiamento si concretizzi è necessario che essa sospenda ogni premura democratica, chiamata altrimenti a fungere da freno alla più cogente esigenza di ribaltamento radicale delle vecchie consuetudini politiche corrotte e burocratizzate. Bisogna avere il coraggio di abbandonare la democrazia quando si è ad essa culturalmente impreparati. L’insediamento del nuovo governo Renzi, che già dal suo esordio trascina con sé il peccato originale del tradimento democratico, ha sancito questo esito ineluttabile a cui l’Italia pare andare incontro da tempi immemorabili. Così come lo sancisce, l’ormai consolidata incapacità del Movimento Cinque Stelle di trovare un compromesso tra il rispetto delle promesse fatte ai propri elettori («Tutti a casa!»), e la creazione di una trasparenza interna che svincoli dai diktat del blog di Grillo-Casaleggio, le singole autonomie intellettuali che necessariamente emergono, ma che senza censure rischierebbero di far perdere di vista la ben più pressante necessità di unità interna che sola può garantire una lotta intransigente a un intero sistema politico avvertito oramai come irrimediabilmente corrotto. Questo esito  antidemocratico che si palesa su più fronti, è l’espressione di una storica incapacità di porre in una matura dialettica lo stato culturale della società civile con quello politico della classe dirigente che dovrebbe esserne il riflesso. Finalmente si rende manifesta la specularità insuperabile di due vuoti che sin dal Risorgimento si rimproverano a vicenda la loro inconsistenza: quello politico e quello culturale; vuoto di un’intera classe politica incapace di far proprie le istanze di una società confusa, la quale lungi dall’essere ancora un equilibrio organico di idee diverse, pare tuttalpiù assomigliare a un ambiguo agglomerato di forze inerti che si è  storicamente abituata  a reclutare la sua classe dirigente obbedendo esclusivamente ad una logica di interessi personali, e per di più irriducibilmente viziati da una disarmante tensione alla contingenza, assolutamente incapace  di progettarsi in una visione di più ampio respiro capace di andare oltre le sia pur irrinunciabili rivendicazioni materiali quotidiane. Il continuo appellarsi a situazioni di emergenza di cui sono riflessi l’abuso del decreto legge e la parallela neutralizzazione del dibattito parlamentare, e l’inerziale prolungarsi di uno stato di eccezione permanente vorrebbero in questo senso trovare la loro giustificazione in un’urgenza storica che non può essere trascesa, assolutamente refrattaria a qualsiasi tipo di attacco ideologico capace di superare l’imbattibile crisi del presente cercandone la soluzione in futuro sia pur soltanto prossimo. La portata della crisi non è presa con la dovuta serietà, nel momento in cui è ridotta ad un contingenza storico-spaziale e per di più circoscritta esclusivamente nel ristretto perimetro della dimensione economica dell’esistenza. I programmi e le soluzioni per uscire dalla crisi puntano allora tutto sul lavoro, sul reddito, e sulla riconfigurazione di un piano industriale (se mai ce ne fosse stato uno!) in grado di garantirli. In questa prospettiva si intravede nella lungimiranza di poche élites sostenute da poteri forti, e meglio ancora nell’eternizzazione dell’esigenza di una guida carismatica che dovrebbe invece essere un’eccezione, l’unica fonte in grado di pianificare un futuro che garantisca allo stesso tempo un miglioramento delle condizioni primarie di esistenza della maggioranza e la conservazione del potere nelle mani di storiche plutocrazie avventuriere e spregiudicate. L’istanza sulla natura della relazione tra decisione e sovranità è evasa nella convinzione impossessatasi di queste élites, di essere in grado di progettare un futuro senza una piena legittimazione popolare. L’interrogativo sulla natura del rapporto che dovrebbe consistere tra le rivendicazioni popolari e la classe dirigente chiamata a tradurle in azioni politiche è temporaneamente sospeso, nella consapevolezza dell’assoluta assenza di qualsiasi possibilità di rappresentare in modo inequivocabile istanze civili e culturali assolutamente indeterminate, le quali più che premere dal basso per concretizzarsi in azioni politiche, sembrano tuttalpiù essere stimolate da una retorica dell’immedesimazione nelle condizioni di disagio degli italiani da parte dei nuovi frequentatori del palazzo. La politica si sente così in dovere di immedesimarsi nella società civile; la contingenza e la confusione delle soluzioni che essa propone per lo scioglimento di problemi  storicamente consolidati, non sono quindi altro che il riflesso della contingenza e della confusione di interessi inestricabilmente particolaristici covati nel seno della società civile, ancora del tutto lontani dall’intravedere un possibile percorso comune, il solo in grado di garantire risposte concrete a domande che assillano la storia d’Italia sin dalla sua nascita: si può fare l’Italia senza fare gli italiani? Il rischio dello Stato d’eccezione è solo una contingenza storica, oppure esso è destinato a ritornare ciclicamente ogni qual volta si palesi l’impossibilità di una classe dirigente di rappresentare istanze chiare, determinatesi attraverso una lotta civile chiamata a riempirle di concretezza? Istanze che non siano confusi sogni astratti di palingenesi democratiche, né tantomeno i soliti interessi particolari che trovano nel clientelismo burocratico il rifugio a cui non possono rinunciare (si pensi a questo prima di promettere mai inaudite riforme della burocrazia), ma che siano l’espressione concreta, scaturita dalla lotta fra idee differenti di società, cultura, economia e politica che solo attraverso la prova della realtà possono legittimamente stabilire i loro confini e le loro possibilità.


La dittatura dei sorrisi

A prendere sul serio i comici si finisce col piangere!

Secondo un inedito episodio della vita di Platone, narrato da Olimpiodoro, il filosofo ateniese, che nella sua opera tanto aveva lottato contro il potere propagandistico e deteriore della commedia attica in politica, sarebbe morto con l’intero volume delle commedie di Aristofane sotto il suo cuscino. A prender sul serio questo aneddoto si è portati a questa conclusione: Platone, che era uno spirito tragico, non avrebbe mai abbandonato la consapevolezza dell’enorme potere della comicità sulla società civile, della sua potente capacità di introdurre nelle teste dei suoi spettatori un’immagine semplificata della politica, destinata ad essere presa sul serio. L’immagine che Aristofane nelle sue commedie contribuì a creare di Socrate, fu senz’altro una delle cause che portò alla condanna di quest’ultimo. La geniale penna del commediografo ateniese trasformò Socrate in un ciarlatano e impostore, veicolando presso il suo pubblico un’idea che, lungi dall’essere solo un modo per far ridere, era un intenzionale capo d’accusa politico mosso contro quello che, a giudizio di Platone era il più saggio degli uomini politici ateniesi. Platone, che non era uno sprovveduto, dové avvertire con sconfortante lucidità, che la filosofia non era in grado di tenere testa al potere propagandistico della commedia. Che gli uomini, in politica, son più propensi a dar retta alle immagini semplificate dei comici, anziché a quelle enormemente più complesse dei filosofi.

Hitler, che sicuramente non aveva letto Platone, nondimeno ne condivise l’intuizione. Quando uscì Il grande dittatore di Chaplin, egli pretese di vedere immediatamente il film. Lo vide in privato, alla presenza di pochi fidati. Si dice che abbia riso di buon gusto, che il film lo abbia enormemente divertito. In effetti, quanto gli assomiglia Chaplin in quel film! Hitler dové scorgere nel tipo stilizzato del dittatore portato sullo schermo da Chaplin, una sconcertante somiglianza con l’altrettanto stilizzata e ostentata posa di capo che egli si dava ogni giorno. Chaplin aveva però colto radicalmente solo il lato comico di questa semplificazione politica, quello tragico poté solo presentirlo, ma esso si sarebbe dimostrato enormemente più inquietante di quello che egli aveva immaginato.

Se la politica non ha mai fatto a meno dell’ausilio della comicità, è perché questa in un modo o nell’altro riesce a garantirle un più immediato consenso. Per far ridere qualcuno bisogna saper inventare dei tipi, trarre dall’enorme complessità che è alla base di ogni carattere umano, pochi tratti caratteristici ed esasperarli. Tipi di questo genere sono enormemente utili all’uomo politico per demonizzare il proprio avversario, per semplificarlo agli occhi del pubblico di potenziali sostenitori. Ogni giorno dal suo blog, Beppe Grillo che è un comico serio, non fa altro che questo. Chiunque si opponga al M5S è inevitabilmente condannato ad essere immediatamente sottoposto al suo talento di caricaturista. Berlusconi, per suo conto, non ha meno talento di Grillo. Le sue geniali caricature del comunismo, della giustizia, della libertà, sono state talmente epocali da aver indotto milioni di italiani a credere in esse, come se non si trattasse di caricature, ma di cose reali. Il suo talento nel raccontare barzellette, i suoi simpaticissimi aneddoti, hanno portato gli italiani a volergli un gran bene (forse anch’io in fondo gliene voglio). Peccato però che non si sia mai trattato di far ridere un popolo, ma di garantirgli una vita migliore! La storia del resto forse giustificherà Grillo, perché egli ha avuto una trovata geniale: solo un comico di professione, avrebbe potuto liberare il popolo italiano dalla dittatura di sorrisi imposta da un comico per vocazione. Ma a questo punto, scoperto il trucchetto è già troppo tardi. Un altro comico per vocazione si è affacciato sul palcoscenico della politica italiana. Grillo lo chiama già un suo collega, e Berlusconi ci va d’amore e d’accordo. Finalmente con Renzi, anche la sinistra è in grado di far sorridere gli italiani nel loro complesso, e non più solo il suo elettorato. Il suo decisionismo, lungi dall’essere solo un modo per rispondere ad un’urgenza politica, sembra essere più che altro una incosciente parodia di una Realpolitik all’italiana, come la commedia appunto.
Alla luce di tutto questo, come spiegare allora gli attuali estremismi che covano come serpi velenose nel cuore di milioni di italiani sempre più incazzati, che cedono facilmente alla tentazione dell’insulto, della gogna mediatica? Possibile che con tre comici in politica gli italiani non siano più in grado di sorridere? Possibile che a forza di prendere sul serio i comici si finisce col piangere? La portata della farsa è talmente grande, che si fa fatica a distinguerla dalla realtà. Il comico lo sa benissimo: egli fa ridere la gente per difendere se stesso. In cuor suo il comico è un malinconico, che si serve della comicità per evitare di essere colpito nel profondo. Egli da un immagine stilizzata di se stesso affinché nessuno sia tentato di studiarne le profondità. Anche per chi ride di questa immagine è lo stesso: si ride per sdrammatizzare, per addolcire le amarezze della vita. Affinché sia genuina la comicità deve evitare di prendersi sul serio. Confondendosi con la politica essa rischia invece di prendersi dannatamente sul serio. Gli spettatori lo capiscono, scoprono il trucco dell’attore e anziché sorridere, piangono o si incazzano!


Chopin

Tonfo nudo… vibra di silenzio e di morte; scuote esanimi polmoni, vuoti di gioia. Sputa l’anima impregnata il veleno di un sogno nutrito da sangue e catarro, e non trova pace, fra gli orecchi sordi dei mortali. Logica dell’Immobile: fissare le cose in pose di ghiaccio, con la forza di dita meno ciniche del cuore angosciato. Notturno: essenza della malattia!


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